lunedì 6 luglio 2009

Settimana della lagna


Stamattina le dimensioni della mia palpebra destra sono esattamente quelle di un tortellino scordato nella pentola di brodo e tirato su dopo 24 ore, sfatto, molliccio, enorme. Ogni tanto mi capita, ho un'allergia, non so come e perché, non è stagionale, colpisce quando vuole, la bastarda! E questa è una settimana impegnativa, noiosa, che vorrei saltare se ai piedi avessi gli stivali delle sette leghe. Quote da raccogliere dai vari condomini per la riparazione del tetto (da noi non c'è amministratore e sono io che faccio funzioni), stiamo riordinando casa e dobbiamo portare via buste con cose che non occorrono più, aprire armadi e cassetti, tirare fuori tutto e riordinare, eliminare. Le mie stoffe e attrezzature del patchwork sono seminate ovunque. Ce la farò, prima o poi, ad avere una casa come una signora che si rispetti? Ma una casa così nessuno di noi ha mai voluto averla e io non sono proprio il prototipo della signora, perciò dubito dei risultati. Non faccio un elenco delle mille, piccole, cose da sbrigare ma sono quelle che tutti noi odiamo e quindi pensatemi, beneditemi e sperate che arrivi a lunedì prossimo!

venerdì 3 luglio 2009

Oggi non scrivo...copio!


Da L'Unità del 2 luglio 2009

Sciascia, lo scrittore partigiano
Contro l’illegalità e l’Antistato

di FLAVIO SORIGA
La memoria è traditrice, sempre, e illumina degli angoli che non vorresti, del tuo passato, e confonde ciò che è accaduto e ciò che hai sperato accadesse, e così non è stato. Non ero a Genova, nel 2001, e non ho visto gli studenti della scuola Diaz prepararsi ad andare a dormire, con i loro pigiami e i loro sorrisi, non c’ero io e non c’era Leonardo Sciascia, e non c’era Fabrizio De André, in quella scuola. Non c’eravamo, ma c’erano alcune persone a cui voglio molto bene, in quella città in quei giorni, pacifiche e buone persone, e la memoria mi porta momenti di quella notte, ogni tanto, come fosse mia, quella memoria, e non lo è, ma non cambia niente. Si scrive, credo, per appropriarsi delle memorie altrui, e farne storie che siano anche proprie, e che si spera diventino di altri ancora: per raccontare di nuovo, e non dimenticare, si scrive. E Leonardo Sciascia anche, scriveva a futura memoria, perché, per esempio, nessuno ceda all’idea che lo Stato può fare eccezione alle regole, e per ricordarci che in questo mondo progrediamo se ci pensiamo uomini tra gli uomini, nulla di quello che è umano a noi estraneo, o indifferente. Non è cattiva la polizia, non sono nemici i giudici né i poliziotti, nei libri di Sciascia, non è mai un male lo Stato: e anzi senza di esso soltanto ci sarebbe la legge del più forte: prima dello Stato la violenza era Signora, e l’arbitrio era prassi, e nulla arginava l’arroganza dei potenti. Senza lo Stato c’è il padre che tutto decide, o la famiglia o il clan o il villaggio, del corpo e del destino di ognuno, e la libertà individuale non conta niente, niente le inclinazioni e la volontà dei singoli. Lo Stato sia forte con i violenti e i prepotenti, e sempre giusto con gli inermi, con gli innocenti, scriveva Sciascia, che non credo abbia mai pensato, nella sua vita, che tutti i politici sono uguali, che la politica è una cosa sporca. La politica siamo noi, quello che facciamo, diciamo, sogniamo per noi e i nostri figli. La politica sono i poliziotti che rischiano la vita in Sicilia, i giudici che combattono ogni giorno perché la camorra sia meno sicura, e arrogante, e collusa col potere. Sciascia è stato comunista, e deputato Radicale, e non ha mai pensato, credo, di potersi permettere il lusso di essere indifferente alla vita del suo Paese, all’analisi del reale e alle scelte proprie di azione, né come uomo né come scrittore. Non ho mai conosciuto Leonardo Sciascia, e a volte ne sono felice, lieve è sapere che lui non c’è, e non può vedere e sentire questi nostri giorni, i giudici chiamati «metastasi della democrazia», e anziani signori che auspicano l’infiltrazione di agenti provocatori tra gli studenti delle università, e il rumore delle sirene delle ambulanze che coprano quelle delle volanti, e le maestrine da picchiare senza pietà. E la politica sono io, il mio corpo, da sempre dipendente dall’efficienza dei pubblici ospedali, e in un Paese senza Stato sarei invece alla mercé della privata carità, che Dio non voglia. Lo Stato siamo noi, che vogliamo passeggiare nelle strade protetti dallo Stato, rincasare la notte, se donne, sperando che la polizia ci protegga, che il nostro corpo non sia a disposizione dei peggiori tra i maschi, infoiati maledetti maschi predatori. Lo Stato sono i miei parenti poliziotti, brave persone che credono in quello che fanno, e passano le domeniche negli stadi a combattere la più stupida delle battaglie, mio padre impiegato che ha passato tutta la vita a servire la Repubblica col suo lavoro, e i magistrati che sfidano il tritolo della mafia, e della camorra, e le pallottole dei brigatisti. E se io fossi un poliziotto, e sarei potuto esserlo, per estrazione sociale e storia famigliare, leggerei Sciascia soffrendo, ascolterei De André soffrendo, per ogni volta che lo Stato viola le regole e picchia un innocente, per le studentesse inermi sanguinanti, per i giornalisti stranieri insultati, per le macellerie inutili, per le minacce «Adesso vi stupriamo tutte», perché se sei un poliziotto e alzi il manganello contro un innocente non fai del male a un innocente, fai del male a te stesso, alla polizia, allo Stato, perché mai nessun uomo dello Stato dovrebbe credere di potersi vendicare dei vandali e dei violenti colpendo a caso tra gli inermi, e questo succede invece in questo Paese, ogni tanto, troppo spesso. «Il ministro dei temporali, in un tripudio di tromboni, auspicava democrazia, con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni», cantava De André. E diceva, Leonardo Sciascia, che il più grande peccato della Sicilia è di non credere nelle idee, di non volersi convincere, nemmeno per un momento, che le idee possano muovere il mondo. E non aveva ragione: non è un peccato siciliano, ma italiano. Ed è questo, credo, oggi più che mai, il compito politico degli scrittori, di chi ha la fortuna e il privilegio di coltivare le idee e crearne di nuove, di studiare la realtà ed essere uomo tra gli uomini, umilmente denunciando l’apatia e l’indifferenza come umana debolezza, ma terribile. Il compito di scrivere e raccontare che le idee sono potenti, che grande è la forza di chi ha voglia ancora d’indignarsi, di vigilare sul potere, sugli abusi dei Ministri dei temporali, di chiedere aiuto per i deboli e umanità per gli sconfitti, di sognare un futuro migliore, in cui i figli degli immigrati africani potranno diventare Presidenti, e la mafia sarà sconfitta, e i giudici non salteranno in aria a Palermo, e chissà che altro ancora, grande è il potere delle idee, e degli uomini liberi. Grazie.

© 2009 by Flavio Soriga
Published by arrangement
with Agenzia Letteraria
Roberto Santachiara

mercoledì 1 luglio 2009

Che palle di tempo incerto...

Sì, ma quando arriva???????????????

venerdì 26 giugno 2009

Alla faccia di Aldo...





Aldo il monticiano, con cui ci sentiamo anche per telefono, spesso mi prende in giro e mi chiede se ho cucinato, che cosa, perché non la smetto di mangiare troppo e via di seguito. Questo post è dedicato a lui. Ieri era il compleanno della mia "piccola" che compiva 29 anni. Naturalmente ho preparato una cenetta in suo onore.
Antipasto: insalata di patate e polpo Primo: trofie vongole e melanzane in gusci di melanzana Secondo: fiori di zucca fritti, friggitelli ripieni di tonno e pomodorini al pangrattato
Dolce: crostata con crème brulée e albicocche ripiene

mercoledì 24 giugno 2009

Dilemma mattutino


Ai tempi del femminismo ero tra le ragazze che portavano avanti la liberazione della donna dal giogo maschile in cui eravamo impastoiate da millenni, ma lo facevo in maniera morbida, non ero tra le scatenate che appena vedevano un maschio lo cacciavano dai cortei usando metodi estremamente "maschili", a mio parere la storia si poteva cambiare solo con fermezza ed educando il genere maschile a un altro rapporto. E' chiaro che essendo comunque "femminista" mi stavano e mi stanno tuttora sulle palle sia le donne rampanti che le sciagurate "veline", due modelli da affossare per noi donne ragionevoli, colte, consapevoli del nostro corpo e dell'uso che ne vogliamo fare rispettandoci. Ma, c'è sempre un ma! Detesto le giovani donne che magari a 15 anni, davanti allo specchio si sorridono, fanno mossette, si mettono nelle pose classiche della pin up e, siccome non hanno mai letto una riga di quotidiano in vita loro, ed avendo sulla scrivania i libri delle scuole superiori praticamente intonsi, decidono di iniziare la faticosa, quanto umiliante scalata al successo. Che successo poi? Quello di allargare le gambe davanti all'imprenditore un po' bolso ma con i miliardi o all'arrapato deputato di turno. Bene, dopo questo lungo excursus vengo al dunque. Più delle ragazzotte (che poi a 50 anni faranno una brutta fine) mi fanno schifo i signori uomini che mai vengono chiamati come le donne. Per loro nella storia non sono mai stati coniati termini come: puttana, mignotta, zoccola e via dicendo. Al massimo sono portaborse, guardie del corpo, faccendieri. E ci voglio aggiungere pure un titolo di studio, perché molti di loro sono laureati, magari con gli enormi sacrifici di mamma e papà, ma loro non devono essere alti mt.1,75, né avere polpacci ben torniti, né labbra sensuali e chiome fluenti. Però devono essere bisce, saper sgusciare dalle maglie della giustizia, nuotare sul fondo, fianco a fianco con la peggiore malvivenza senza contaminarsi, sussurrare all'orecchio, allungare mani per prendere soldi. Vere e proprie puttane senza scrupoli, eccoli i signori uomini che non verranno processati e che vecchi e grigi, come d'altronde in gioventù perché il colore grigio è quello che gli si addice, sospireranno nella loro poltrona firmata e spireranno pensando di essere stati furbi, ottimi padri e mariti e diciamolo: onesti in questo mondo di ladri! Allora quali sono le puttane?

domenica 21 giugno 2009

Dedicata al mio trasteverino preferito

A Mario che se n'è andato in un solstizio d'estate di 7 anni fa.


venerdì 19 giugno 2009

Nove anni fa abbiamo sperimentato per la prima volta la cassa integrazione. Nove mesi, il tempo di una gravidanza e parto doloroso. Abbiamo sofferto, anche perché le figlie erano all'Università e se tutti e quattro rovesciavamo le tasche non usciva una monetina. Loro a fare le cameriere, Marco si è spaccato in quattro per piccole collaborazioni, io disperata perché fuori mercato ero una specie di vespa impazzita, quando non crollavo sul divano in preda alla disperazione nera. Passato, chiuso, archiviato. Mi sono detta che la depressione non avrebbe più visitato il mio cuore, così in base a questo criterio, il giorno dopo l'annuncio della cassa integrazione, asciugate le copiose lacrime -ché uno sfogo serve sempre!- sono andata a Roma e ho fatto spese, sissignori avete letto bene: SHOPPING. Ho preso delle cosette utili e poi mi sono infilata nel negozio di Barbara e ho comprato due fat quarter, un giornale di patchwork, del filo, e un piedino per la mia macchina da cucire, un bellissimo aggeggio per il free motion. Parole oscure per i miei amici di penna e chiarissime per le signore che condividono la mia passione. In tutto avrò speso 100 euro, in barba alla crisi ecc. ecc.
Non ho sensi di colpa. Ho alzato il dito medio alla vita, all'Unità, a Concita, a Berlusconi, agli italiani che stanno con le pezze al culo come noi ma pensano che la crisi si risolverà presto e che gli abruzzesi tra 1 mese saranno al caldo come Biancaneve nella casetta dei sette nani!
Insomma, sono soddisfatta. Domani è un altro giorno.
I vostri commenti pieni di comprensione e tenerezza sono stati un vero e proprio balsamo, perché le parole sincere di chi è legato a te da un sottile filo etereo senza nessun altro scopo che dirti "sono qui", è quanto di più lenitivo si possa sperare. Grazie