
Da L'Unità del 2 luglio 2009
Sciascia, lo scrittore partigiano
Contro l’illegalità e l’Antistato
di FLAVIO SORIGA
La memoria è traditrice, sempre, e illumina degli angoli che non vorresti, del tuo passato, e confonde ciò che è accaduto e ciò che hai sperato accadesse, e così non è stato. Non ero a Genova, nel 2001, e non ho visto gli studenti della scuola Diaz prepararsi ad andare a dormire, con i loro pigiami e i loro sorrisi, non c’ero io e non c’era Leonardo Sciascia, e non c’era Fabrizio De André, in quella scuola. Non c’eravamo, ma c’erano alcune persone a cui voglio molto bene, in quella città in quei giorni, pacifiche e buone persone, e la memoria mi porta momenti di quella notte, ogni tanto, come fosse mia, quella memoria, e non lo è, ma non cambia niente. Si scrive, credo, per appropriarsi delle memorie altrui, e farne storie che siano anche proprie, e che si spera diventino di altri ancora: per raccontare di nuovo, e non dimenticare, si scrive. E Leonardo Sciascia anche, scriveva a futura memoria, perché, per esempio, nessuno ceda all’idea che lo Stato può fare eccezione alle regole, e per ricordarci che in questo mondo progrediamo se ci pensiamo uomini tra gli uomini, nulla di quello che è umano a noi estraneo, o indifferente. Non è cattiva la polizia, non sono nemici i giudici né i poliziotti, nei libri di Sciascia, non è mai un male lo Stato: e anzi senza di esso soltanto ci sarebbe la legge del più forte: prima dello Stato la violenza era Signora, e l’arbitrio era prassi, e nulla arginava l’arroganza dei potenti. Senza lo Stato c’è il padre che tutto decide, o la famiglia o il clan o il villaggio, del corpo e del destino di ognuno, e la libertà individuale non conta niente, niente le inclinazioni e la volontà dei singoli. Lo Stato sia forte con i violenti e i prepotenti, e sempre giusto con gli inermi, con gli innocenti, scriveva Sciascia, che non credo abbia mai pensato, nella sua vita, che tutti i politici sono uguali, che la politica è una cosa sporca. La politica siamo noi, quello che facciamo, diciamo, sogniamo per noi e i nostri figli. La politica sono i poliziotti che rischiano la vita in Sicilia, i giudici che combattono ogni giorno perché la camorra sia meno sicura, e arrogante, e collusa col potere. Sciascia è stato comunista, e deputato Radicale, e non ha mai pensato, credo, di potersi permettere il lusso di essere indifferente alla vita del suo Paese, all’analisi del reale e alle scelte proprie di azione, né come uomo né come scrittore. Non ho mai conosciuto Leonardo Sciascia, e a volte ne sono felice, lieve è sapere che lui non c’è, e non può vedere e sentire questi nostri giorni, i giudici chiamati «metastasi della democrazia», e anziani signori che auspicano l’infiltrazione di agenti provocatori tra gli studenti delle università, e il rumore delle sirene delle ambulanze che coprano quelle delle volanti, e le maestrine da picchiare senza pietà. E la politica sono io, il mio corpo, da sempre dipendente dall’efficienza dei pubblici ospedali, e in un Paese senza Stato sarei invece alla mercé della privata carità, che Dio non voglia. Lo Stato siamo noi, che vogliamo passeggiare nelle strade protetti dallo Stato, rincasare la notte, se donne, sperando che la polizia ci protegga, che il nostro corpo non sia a disposizione dei peggiori tra i maschi, infoiati maledetti maschi predatori. Lo Stato sono i miei parenti poliziotti, brave persone che credono in quello che fanno, e passano le domeniche negli stadi a combattere la più stupida delle battaglie, mio padre impiegato che ha passato tutta la vita a servire la Repubblica col suo lavoro, e i magistrati che sfidano il tritolo della mafia, e della camorra, e le pallottole dei brigatisti. E se io fossi un poliziotto, e sarei potuto esserlo, per estrazione sociale e storia famigliare, leggerei Sciascia soffrendo, ascolterei De André soffrendo, per ogni volta che lo Stato viola le regole e picchia un innocente, per le studentesse inermi sanguinanti, per i giornalisti stranieri insultati, per le macellerie inutili, per le minacce «Adesso vi stupriamo tutte», perché se sei un poliziotto e alzi il manganello contro un innocente non fai del male a un innocente, fai del male a te stesso, alla polizia, allo Stato, perché mai nessun uomo dello Stato dovrebbe credere di potersi vendicare dei vandali e dei violenti colpendo a caso tra gli inermi, e questo succede invece in questo Paese, ogni tanto, troppo spesso. «Il ministro dei temporali, in un tripudio di tromboni, auspicava democrazia, con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni», cantava De André. E diceva, Leonardo Sciascia, che il più grande peccato della Sicilia è di non credere nelle idee, di non volersi convincere, nemmeno per un momento, che le idee possano muovere il mondo. E non aveva ragione: non è un peccato siciliano, ma italiano. Ed è questo, credo, oggi più che mai, il compito politico degli scrittori, di chi ha la fortuna e il privilegio di coltivare le idee e crearne di nuove, di studiare la realtà ed essere uomo tra gli uomini, umilmente denunciando l’apatia e l’indifferenza come umana debolezza, ma terribile. Il compito di scrivere e raccontare che le idee sono potenti, che grande è la forza di chi ha voglia ancora d’indignarsi, di vigilare sul potere, sugli abusi dei Ministri dei temporali, di chiedere aiuto per i deboli e umanità per gli sconfitti, di sognare un futuro migliore, in cui i figli degli immigrati africani potranno diventare Presidenti, e la mafia sarà sconfitta, e i giudici non salteranno in aria a Palermo, e chissà che altro ancora, grande è il potere delle idee, e degli uomini liberi. Grazie.
© 2009 by Flavio Soriga
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Roberto Santachiara